Prevenzione e controllo delle ICA

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La segnalazione precoce dei microrganismi alert come strumento di controllo delle infezioni correlate all’assistenza: risultati di un modello organizzativo integrato

P. Nardella, R. Di Benedetto, A.M. Arbore, L. Santoro, G. Di Ceglie

UOC Direzione Medica, PO Bisceglie, ASL BAT

Introduzione. La crescente diffusione di microrganismi patogeni multiresistenti agli antimicrobici rappresenta una delle principali criticità in ambito di sanità pubblica a livello nazionale e globale. Tale fenomeno è associato a un incremento significativo della complessità clinica delle infezioni correlate all’assistenza (ICA), con conseguente aumento della morbilità, della mortalità e dell’impatto economico sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La tempestiva identificazione dei cosiddetti “alert microrganism” consente l’attivazione immediata di misure di contenimento, sorveglianza microbiologica e ottimizzazione terapeutica, riducendo il rischio di diffusione intraospedaliera e migliorando gli esiti clinici dei pazienti. Metodi. La Direzione Medica di Presidio, in collaborazione con il Gruppo Operativo CIO (GO-CIO), ha implementato una procedura aziendale dedicata alla gestione dei microrganismi alert. Tale procedura prevede che l’UO Patologia Clinica comunichi tempestivamente il microrganismo alert rilevato all’UO interessata la quale ha il compito di attivare immediatamente le precauzioni standard e aggiuntive di isolamento; all’UO Malattie Infettive al fine di avviare una terapia antibiotica mirata basata su antibiogramma, riducendo il ricorso a trattamenti empirici potenzialmente associati allo sviluppo di resistenze antimicrobiche; e alla DM che ha il compito di supervisionare la corretta applicazione delle misure di isolamento, e prevenzione della trasmissione. La Direzione Medica assicura inoltre il monitoraggio dei flussi informativi tra le diverse unità operative e l’elaborazione di un report semestrale destinato al Comitato Infezioni Ospedaliere (CIO). Risultati. Dal 1° luglio 2024, data di attivazione della procedura di segnalazione dei microrganismi alert, al 31 dicembre 2025, sono stati identificati complessivamente 700 microrganismi alert. In tutti i casi è stata prontamente attivata l’intera procedura di monitoraggio e gestione prevista dal protocollo aziendale. L’implementazione di tali procedure ha favorito il coordinamento multidisciplinare nella gestione dei casi, consentendo la rapida adozione delle misure di isolamento e la rivalutazione precoce della terapia antibiotica sulla base dei risultati microbiologici. L’applicazione sistematica della procedura ha inoltre contribuito a migliorare l’appropriatezza prescrittiva degli antimicrobici e a ottimizzare la gestione clinico-assistenziale dei pazienti. È stata inoltre rilevata una riduzione dei tempi di degenza, con conseguente ottimizzazione della gestione clinica e assistenziale. Conclusioni. L’attivazione della Procedura di segnalazione dei microrganismi alert ha dimostrato un impatto rilevante nella gestione delle infezioni correlate all’assistenza. L’identificazione di circa 700 microrganismi alert dal luglio 2024 a oggi, associata all’immediata attivazione del monitoraggio e delle misure di controllo, ha contribuito a migliorare l’appropriatezza terapeutica antibiotica e a ridurre i tempi di degenza ospedaliera e la mortalità dei pazienti. L’esperienza evidenzia come sistemi organizzativi strutturati e multidisciplinari rappresentino strumenti essenziali per il contenimento dell’antimicrobico-resistenza e per il miglioramento della qualità assistenziale.

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Sorveglianza microbiologica degli endoscopi flessibili come strumento di prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza: cinque anni di esperienza presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana

T. Padua1, M. Sidoti1, B. Conte1, C. Meozzi1, E. Marciano2,  A. Baggiani1, G. Gemignani3, B. Casini1

1Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Pisa; 2UO Endoscopia Digestiva, Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana; 3UO Organizzazione Servizi Ospedalieri, AOU Pisana

Introduzione. Gli endoscopi flessibili, e in particolare i duodenoscopi e gli ecoendoscopi lineari, sono dispositivi ad alto rischio infettivo per la complessità strutturale che ne rende difficoltoso il reprocessing. La loro associazione con outbreak da enterobatteri produttori di carbapenemasi, documentata in letteratura internazionale, pone la sorveglianza microbiologica post-reprocessing come elemento centrale di qualsiasi programma di prevenzione delle ICA in ambito endoscopico. L’incremento delle procedure terapeutiche ad alta complessità rende questo tema sempre più rilevante per la sicurezza del paziente. Metodi. Dal 2021 l’Unità Operativa di Igiene ed Epidemiologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana (AOUP) ha implementato un programma di sorveglianza microbiologica sistematica su tutti gli endoscopi digestivi del polo dedicato, con un parco strumenti di oltre 60 dispositivi e un volume di circa 13.000 procedure annue, tra cui circa 350 colangiopancreatografie retrograde endoscopiche (ERCP) e 300 ecoendoscopie. La frequenza di campionamento è mensile per gli strumenti terapeutici e trimestrale per i diagnostici; sono previste inoltre sessioni di sorveglianza straordinaria su strumenti utilizzati su pazienti con microrganismi alert e su dispositivi in outsourcing. Il programma adotta un benchmark di conformità ≥95% e si avvale di tracciabilità elettronica dell’intero processo. Risultati. Tra il 2021 e il 2022 si è osservata una riduzione sostanziale delle non conformità microbiologiche, attribuibile a un insieme di interventi organizzativi introdotti nel periodo: formalizzazione del protocollo aziendale, automazione di alcune fasi del reprocessing, attivazione della reperibilità notturna e percorsi di formazione dedicati al personale. I duodenoscopi non conformi sono passati dal 25,6% al 7,9%, i gastroscopi dal 20,0% al 3,2%, i colonscopi dal 17,1% al 4,2%. Nel 2023 i duodenoscopi hanno raggiunto l’1,9% di non conformità. A partire dal 2024 si è registrata una ripresa delle criticità, con valori che nel 2025 hanno toccato il 25,0% per i duodenoscopi, il 24,4% per i gastroscopi e il 23,8% per i colonscopi. Nel corso del 2025 la sorveglianza straordinaria su alert ha consentito di isolare una Klebsiella pneumoniae produttrice di carbapenemasi (KPC) da un duodenoscopio prima del suo reimpiego clinico. Nel periodo considerato non si sono registrati episodi di ICA riferibili a procedure endoscopiche. Le criticità emerse hanno portato all’avvio di audit interni e a un nuovo intervento formativo aziendale a dicembre 2025. Conclusioni. I dati raccolti nel quinquennio 2021–2025 mostrano come un programma di sorveglianza microbiologica strutturata possa svolgere un ruolo attivo nella prevenzione delle ICA in endoscopia, andando oltre la semplice verifica della conformità del reprocessing. Il rilevamento della KPC prima dell’utilizzo clinico dello strumento rappresenta l’esempio più tangibile del potenziale intercettivo di questo approccio. L’aumento delle non conformità nel biennio 2024-2025, lungi dal rappresentare un insuccesso, ha innescato un ciclo di miglioramento continuo che conferma il valore di una sorveglianza non episodica.

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Basso rischio di progressione a infezione clinicamente significativa nei bambini colonizzati da Enterococcus vancomicino-resistente: esperienza di un centro pediatrico di terzo livello

C. Mengoni1, S. Campana2, M. Conio3, D. Dolce2, F. Menegazzo3,  E. Parente3, L. Galli1-4, C. Montagnani1,3,4

1Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Firenze; 2Centro di riferimento regionale per la Fibrosi Cistica, AOU Meyer, IRCCS, Firenze; 3Team AID, AOU Meyer, IRCCS, Firenze; 4Unità Pediatrica di Malattie Infettive, AOU Meyer, IRCCS, Firenze

Introduzione. L’Enterococcus vancomicino-resistente (VRE) è un patogeno emergente nelle infezioni correlate all’assistenza, soprattutto in pazienti pediatrici con fattori di rischio. I tassi di progressione da colonizzazione ad infezione clinicamente significativa variano ampiamente in relazione alla tipologia di popolazione studiata. L’obiettivo di questo studio è descrivere le caratteristiche epidemiologiche e cliniche dei pazienti pediatrici colonizzati da VRE in un Ospedale Pediatrico di terzo livello e analizzare il tasso di progressione a infezione clinicamente significativa in base ai fattori di rischio. Metodi. Studio osservazionale retrospettivo monocentrico su pazienti pediatrici colonizzati da VRE, identificati tramite tamponi rettali di sorveglianza eseguiti nei reparti di degenza, 2020-2025. I tamponi rettali sono stati analizzati attraverso metodica multiplex Real-time Polymerase Chain Reaction (kit Allplex™ Entero-DR Assay, Seegene). L’infezione è stata definita come isolamento di VRE da un sito normalmente sterile o dalle urine, con segni/sintomi clinici compatibili. Sono stati raccolti i seguenti dati clinico-anamnestici: prematurità, immunodeficienza congenita o acquisita, patologia gastrointestinale, pregressi interventi chirurgici, presenza di dispositivi medici (catetere venoso centrale, gastrostomia, tracheostomia), pregressa terapia antibiotica e pregresso ricovero ospedaliero. L’incidenza di infezione è stata calcolata sull’intera coorte; l’analisi descrittiva dei dati è stata condotta sui pazienti con dati completi. Le variabili continue sono state riassunte come mediana e range interquartile (IQR); l’incidenza di infezione è stata riportata con intervallo di confidenza al 95% (IC95%, Clopper-Pearson). Risultati. Sono stati identificati 141 pazienti colonizzati da VRE, 129 con dati completi. L’età mediana all’ingresso era di 2 anni (IQR 0,25-9); il 35% era pretermine. Il 20% presentava immunodeficienza, il 15% patologia oncologica, il 27% patologie gastrointestinali, il 41% pregresse chirurgie; il 40% era portatore di dispositivi medici. Pregressa antibioticoterapia era documentata in 70 pazienti (di cui il 56% con piperacillina-tazobactam, ceftazidima o glicopeptidi); 91 avevano un pregresso ricovero ospedaliero, di cui il 57% in terapia intensiva. I pazienti erano ricoverati in pediatria generale (43,4%), terapia intensiva neonatale (24%) e onco-ematologia (10,1%). Le diagnosi più comuni erano sepsi/febbre (19,4%), condizioni respiratorie infettive e non (18,6%), prematurità e complicanze correlate (10.9%), con durata mediana della degenza di 16 giorni (IQR 7-30). La terapia antibiotica è stata somministrata nel 74,4% dei casi, di cui il 47,9% con piperacillina-tazobactam, glicopeptidi o ceftazidima, in monoterapia o in associazione. E. faecium è risultata la specie più isolata (88,3%). Solo 1 paziente (0,7%; IC95% 0,02-3,9) ha sviluppato infezione clinicamente significativa (infezione delle vie urinarie), un mese dopo il primo tampone rettale positivo per E. faecium, durante lo stesso ricovero. L’infezione è insorta in un neonato pretermine con quadro polimalfomativo, pregresso intervento chirurgico addominale ed endoscopia genitourinaria. È stata trattata con successo con Linezolid orale per 7 giorni. Conclusioni. Nella nostra coorte, la colonizzazione da VRE è stata associata a un basso tasso di progressione in infezione clinicamente significativa (0,7%), rispetto a quanto riportato in letteratura. I classici fattori di rischio erano presenti solo in una minoranza dei pazienti. L’unico caso di infezione conferma che il rischio rimane concentrato nei sottogruppi clinicamente più fragili. La sorveglianza attiva rimane essenziale come strumento per individuare la trasmissione ospedaliera e guidare le misure di controllo delle infezioni, riservando un monitoraggio clinico più stretto ai sottogruppi più fragili. Questi risultati, ad ogni modo, vanno interpretati considerando l’esiguo numero di eventi.

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Gestione della malattia da virus ebola e da Hantavirus:
il pre-triage come strategia per la sicurezza dei pazienti e della struttura sanitaria

R. Catella1, S. Spotti1, A. Fumagalli2, S. Cimetti2

1Direzione Medica, SS Struttura di Raccordo per gli aspetti Igienico Sanitari; 2Ufficio Epidemiologico ASST Lariana

Introduzione. Nel maggio 2026 sono stati segnalati un focolaio di Orthohantavirus a bordo di una nave da crociera e un evento epidemico di Ebola da virus Bundibugyo dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità emergenza sanitaria di rilevanza internazionale. Le infezioni da Hantavirus e da virus Ebola rappresentano emergenze infettivologiche ad elevata complessità assistenziale, caratterizzate da significativa gravità clinica e rischio di trasmissione. In tale scenario, anche a fronte di segnalazioni di casi sospetti nel territorio di ASST Lariana, si è resa necessaria l’adozione di misure organizzative e preventive finalizzate alla gestione e alla tutela di pazienti e operatori sanitari. Obiettivi. La gestione di pazienti con sospetta infezione da virus ad alta patogenicità, quali Ebola e Hantavirus, rappresenta una sfida per le strutture sanitarie, richiedendo tempestività nell’identificazione e presa in carico del caso sospetto. Un sistema di pre-triage si configura come una strategia per identificare precocemente casi sospetti e contatti riducendo il rischio di trasmissione nosocomiale. Il pre-triage permette infatti una rapida e standardizzata valutazione basata su criteri epidemiologici e clinici, consentendo, attraverso percorsi dedicati, di evitare la contaminazione delle aree comuni e garantire un corretto isolamento. Metodi. L’analisi delle raccomandazioni nazionali e regionali hanno permesso l’aggiornamento delle procedure aziendali, la creazione di un algoritmo decisionale e l’implementazione di strumenti operativi per il riconoscimento precoce dei casi, tramite un modello che prevede una check list anamnestica, la formazione degli interessati, l’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (DPI). Risultati. L’adozione del pre-triage ha comportato l’individuazione di spazi dedicati e l’integrazione con i percorsi aziendali di emergenza-urgenza, favorendo una maggiore resilienza del sistema, riducendo i tempi di risposta, migliorando la sicurezza e ottimizzando l’utilizzo delle risorse. Sono state inoltre elaborate due procedure dedicate alla gestione di pazienti e contatti con sospetta infezione da virus Ebola e Hantavirus e un questionario anamnestico strutturato per l’identificazione precoce del caso. È stata predisposta una cartellonistica che invita i soggetti con criteri epidemiologici o sintomatologici compatibili con il sospetto di infezioni a contattare un numero telefonico dedicato. Tale sistema consente l’attivazione del personale di triage, che effettua la presa in carico del paziente all’esterno del Pronto Soccorso, utilizzando adeguati DPI e garantendo elevati standard di sicurezza per tutti. Conclusioni. Il modello di pre-triage si configura come elemento strategico per la sicurezza di pazienti e operatori sanitari, favorendo l’identificazione precoce dei casi sospetti e l’attivazione tempestiva delle misure di isolamento. La standardizzazione di tali approcci organizzativi rappresenta un modello replicabile, utile a rafforzare la gestione di eventi infettivi ad alto impatto, anche in prospettiva di future emergenze epidemiche. Il pre-triage costituisce quindi uno strumento determinante nella gestione delle emergenze infettive ad alto impatto, contribuendo in modo determinante alla protezione della struttura sanitaria, alla sicurezza del paziente e alla continuità operativa dei servizi assistenziali. La sua implementazione sistematica dovrebbe essere considerata elemento essenziale nei piani di preparedness e risposta a patogeni ad elevato rischio biologico.

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Colonizzazione da CPE e infezione da C. difficile: impatto sulla lunghezza della degenza in neuroriabilitazione e trend degli indicatori epidemiologici pandemici e post-pandemici

A. Rossini1, S.G. Di Santo2

1LIFE, Santa Lucia IRCCS, Roma; 2ITB CNR, Segrate (MI)

Introduzione. I pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite, ictus o lesioni midollari presentano un’elevata suscettibilità alle infezioni correlate all’assistenza (ICA). Questo fenomeno è guidato sia dall’immunoparalisi indotta dal danno neurologico (Central Nervous System-injury-induced Immune Deficiency Syndrome, CIDS), sia – come da noi precedentemente documentato – dalla prolungata esposizione a dispositivi invasivi e terapie antibiotiche nelle terapie intensive di provenienza. Questo studio ha valutato l’impatto della colonizzazione basale da Enterobatteri produttori di carbapenemasi (CPE) e della successiva infezione nosocomiale da Clostridioides difficile (CDI) sulla lunghezza della degenza in un contesto neuroriabilitativo, analizzando le variazioni epidemiologiche nel passaggio dalla fase pandemica a quella post-pandemica. Metodi. Studio di coorte retrospettivo (2020–2023) condotto su 3.739 ammissioni consecutive presso un IRCCS di neuroriabilitazione (300 posti letto). Lo screening rettale molecolare per CPE (GeneXpert Carba-R) è stato eseguito universalmente all’ingresso su tutti i pazienti. L’analisi ha confrontato due finestre temporali: il periodo pandemico (marzo 2020–marzo 2022), con rigide misure di bio-contenimento, e il periodo post-pandemico (aprile 2022–dicembre 2023), caratterizzato dalla de-escalation delle restrizioni. L’effetto indipendente dello stato infettivo sulla lunghezza della degenza è stato valutato tramite modelli di regressione lineare multivariata su dati log-trasformati, aggiustando per età, sesso e complessità assistenziale. L’adesione all’igiene delle mani è stata stimata tramite il consumo annuo di soluzione idroalcolica (CSIA, espresso in litri/1.000 giornate-paziente, L/1.000 GP). Come indicatori supplementari di outcome sono stati monitorati i tassi di batteriemia correlata all’assistenza (BCA) da MRSA e CPE. Risultati. All’ammissione, l’11,1% dei pazienti è risultato positivo per CPE (95,7% Klebsiella pneumoniae KPC). La colonizzazione basale da CPE ha comportato un rischio significativamente maggiore di sviluppare una successiva CDI nosocomiale rispetto ai pazienti CPE-negativi (11,1% vs 3,4%; p < 0.001; RR: 3.52, IC 95%: 2.46-5.04). Nella regressione multivariata, lo sviluppo sequenziale di CDI nei pazienti colonizzati da CPE è risultato un predittore indipendente di prolungamento della degenza, incrementandola del 67,5% (p = 0.002), con una degenza mediana di 193,5 giorni (fino a 258 giorni nell’alta complessità). Nel periodo pandemico il CSIA ha raggiunto il picco di 25,8 L/1.000 GP, con un’incidenza di CDI contenuta a 3,48 casi/10.000 GP. Nel periodo post-pandemico, in concomitanza con la “compliance fatigue”, il CSIA si è ridotto del 27,5% (18,7 L/1.000 GP). Questa contrazione, espressione di un generale decremento dell’adesione alle misure di barriera e di igiene, ha coinciso con un incremento epidemiologico delle BCA da MRSA (da 0,10 a 0,16 casi/1.000 GP), delle BCA da CPE (da 0,03 a 0,15 casi/1.000 GP) e dell’incidenza di CDI, che ha raggiunto il picco di 5,87 casi/10.000 GP nel 2023. Conclusioni. La colonizzazione da CPE all’ingresso e la successiva CDI prolungano la degenza in neuroriabilitazione in modo sinergico. Oltre alla fragilità biologica, il fenomeno è alimentato dalle limitazioni logistiche delle precauzioni da contatto che riducono l’accesso alle palestre terapeutiche e all’idrokinesiterapia, rallentando il recupero funzionale. Il peggioramento degli indicatori nella fase post-pandemica evidenzia l’impatto della riduzione di aderenza alle misure di barriera, rimarcando la necessità di istituzionalizzare e monitorare i protocolli di prevenzione al di fuori delle emergenze sanitarie.

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Governance interprofessionale e risk management negli accessi vascolari a inserzione periferica: valutazione epidemiologica nello shift assistenziale territoriale (2022-2025)

G. Valentino1, N. Marcatelli2, M. Vanni3, R. Giannini4, C. Biagetti5, L. Rossi6, T. Cocquio7, F. Pieraccini8

1Assistenza Farmaceutica Ospedaliera Rimini; 2Responsabile processo Rischio Infettivo Direzione Infermieristica e Tecnica Rimini; 3Infermiere Responsabile Organizzativo T.A.V.; 4Responsabile Infermieristico Dipartimento; 5Direttore Dipartimento Medicine Specialistiche Rimini, Direttore Malattie Infettive Rimini; 6Direttore Direzione Assistenza Farmaceutica Ospedaliera Rimini; 7Direttore Direzione Assistenza Farmaceutica Ospedaliera Farmacia Centralizzata Ausl Romagna; 8Direttore Direzione Tecnica Assistenza Farmaceutica

Introduzione. Il decentramento delle cure verso l’ambito territoriale (DM 77) risponde ai moderni modelli di prossimità, ma espone al rischio di frammentazione assistenziale e complicanze infettive o trombotiche. Negli accessi vascolari a inserzione periferica (PICC, Midline, Minimidline), la standardizzazione dei protocolli e la governance farmaceutica su antisettici e dispositivi di medicazione sono determinanti per la prevenzione degli eventi avversi. Lo studio valuta l’impatto sulla sicurezza del paziente di un modello di rete interprofessionale ospedale-territorio a fronte del forte incremento del carico assistenziale territoriale nel quadriennio 2022-2025. Metodi. Studio osservazionale longitudinale retrospettivo condotto presso un’Azienda Sanitaria della Regione Emilia-Romagna. Per assorbire lo shift assistenziale salvaguardando la sicurezza del paziente, è stato implementato un programma di formazione continua interprofessionale in collaborazione con il team aziendale del rischio infettivo. Il percorso ha coinvolto farmacisti ospedalieri, medici e infermieri specializzati tramite corsi focalizzati sui nuovi protocolli di gestione, sulle caratteristiche dei dispositivi di medicazione e sull’uso appropriato degli antisettici. Sono stati monitorati longitudinalmente: giornate complessive di cateterizzazione (gg-cat); tasso di infezioni ematiche catetere-correlate (CRABSI/CLABSI) espresso per 1.000 gg-cat; incidenza percentuale di trombosi venose profonde (TVP), occlusioni e dislocazioni. Risultati. Nel quadriennio analizzato, le giornate complessive di cateterizzazione hanno registrato un incremento del 30,1%, passando da 44.775 nel 2022 a 58.272 nel 2025 (47.779 nel 2023 e 56.362 nel 2024), riflettendo l’espansione della presa in carico territoriale. Nonostante il marcato aumento volumetrico, il tasso di CRABSI/CLABSI per 1.000 gg-cat si è mantenuto stabile e ai minimi epidemiologici: 0,27 nel 2022 (12 episodi), 0,36 nel 2023 (17 episodi), 0,34 nel 2024 (19 episodi) e 0,29 nel 2025 (17 episodi). Il confronto tra 2022 e 2025 ha evidenziato un trend favorevole per le altre complicanze: TVP dal 2,7% (11 casi) all’1,3% (7 casi); occlusioni dallo 0,7% (3 casi) allo 0,5% (3 casi); solo le dislocazioni sono passate dal 2,2% (10 casi) al 3,2% (18 casi). Le complicanze minori (flogosi dell’exit site, dolore, secrezione) sono passate da 6 a 19 casi, in concomitanza con l’aumento del numero di dispositivi attivi. Conclusioni. Il modello interprofessionale implementato ha dimostrato una forte resilienza organizzativa, assorbendo efficacemente l’incremento dell’attività territoriale senza compromettere la sicurezza dei pazienti. La stabilità epidemiologica dei tassi d’infezione delle TVP è coerente con l’efficacia del modello di Clinical Governance implementato sui dispositivi e sugli antisettici, evidenziando l’importanza del coinvolgimento multidisciplinare nel Risk Management e nella sostenibilità delle cure di prossimità.

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Stato dell’arte sul rischio infettivo in ambito sanitario: revisione narrativa

M.G. Comberlato1, L. Aste2, L. Fakhreddine3, N. Gonzato4,  S. Pellizzari5, A. Peghetti6, B. Tescaro7

1UOC Medicina Generale, Ospedale San Bortolo, AULSS 8 Berica, Vicenza; 2Direzione Medica Ospedale di Trento, ASUIT; 3UO di Cardiologia ad Indirizzo Riabilitativo, Ospedale San Giovanni Battista di Lonigo, AULSS 8 Berica, Vicenza; 4UOC Microbiologia e Virologia, Ospedale San Bortolo, AULSS 8 Berica, Vicenza; 5UOC Medicina Trasfusionale, Distretto Ovest, AULSS 8 Berica, Vicenza; 6Direzione Assistenziale, IRCCS, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna, Policlinico di Sant’Orsola, Bologna; 7Direzione Professioni Sanitarie, Ospedale San Bortolo, AULSS 8 Berica, Vicenza

Introduzione. Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) rappresentano una delle principali complicanze associate alle cure sanitarie. In Europa (UE) colpiscono il 7,1% dei ricoverati, causando oltre 37.000 decessi e circa 7 miliardi di euro di costi annui. L’Italia ha una prevalenza di ICA di 9,8%, che risulta superiore alla media UE. Il rischio infettivo non è riducibile a un singolo fattore microbiologico, ma emerge dall’interazione tra agente patogeno, suscettibilità dell’ospite, pratiche assistenziali e determinanti organizzativi. La resistenza antimicrobica (AMR) aggrava il quadro: in Italia il 30-50% delle ICA è causato da Multi-Drug Resistant Organisms (MDRO). Dalla letteratura emerge che oltre il 70% delle ICA è prevenibile con un approccio sistematico e multimodale. Metodi. È stata condotta una revisione narrativa con approccio integrativo. La ricerca è stata eseguita utilizzando le banche dati PubMed, CINAHL e Scopus, avvalendosi di stringhe di ricerca con termini MeSH su ICA e rischio infettivo, strategie di infection prevention and control (IPC) e fattori organizzativi. La ricerca è stata condotta utilizzando i framework PICO e PEO. Sono stati inclusi studi pubblicati negli ultimi due anni, dal 2024 al 2026 (revisioni sistematiche, meta-analisi, clinical trial, studi osservazionali) e documenti istituzionali di World Health Organization (WHO), Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC). È stato preso in considerazione solo il setting ospedaliero. Sono stati esclusi studi territoriali, pediatrici e articoli senza full text. L’eterogeneità degli studi ha permesso di condurre un’analisi descrittiva per categorie tematiche: rischio infettivo e le sue determinanti, modelli teorici di gestione del rischio infettivo, analisi dei fattori che influenzano l’aderenza alle misure preventive, ruolo della cultura della sicurezza e della leadership, l’efficacia degli interventi multimodali. Infine sono state analizzate le aree grigie e criticità emergenti dagli studi. Risultati. Le evidenze analizzate confermano che il rischio infettivo non è solo un problema microbiologico ma costituisce un fenomeno multifattoriale e complesso. Le strategie multimodali di IPC basate sul modello di WHO, risultano efficaci nel migliorare l’aderenza alle misure preventive e nel ridurre l’incidenza delle ICA e la diffusione di MDRO. La disponibilità di risorse, l’adeguato staffing, la formazione continua, il monitoraggio con feedback e la presenza di programmi strutturati di IPC emergono come determinanti fondamentali dell’efficacia degli interventi. Permangono delle criticità come la difficoltà nell’isolare il contributo dei singoli interventi, l’effetto rebound postimplementazione, la scarsa trasferibilità delle evidenze ai contesti con risorse limitate, le lacune sui patogeni emergenti e i limiti metodologici. Conclusioni. I modelli teorici di gestione e analisi del rischio infettivo si sono evoluti verso approcci proattivi multimodali: il modello WHO è il riferimento principale. Le strategie multimodali favoriscono la riduzione di ICA e MDRO, aumentando l’aderenza rispetto agli interventi singoli. La cultura della sicurezza e la leadership emergono come elementi trasversali imprescindibili: senza cambiamento culturale e coinvolgimento dei professionisti, anche programmi tecnicamente strutturati mostrano efficacia limitata. Quindi gli interventi IPC multimodali sono il pilastro fondamentale per la riduzione delle ICA, ma la loro efficacia dipende dalla qualità delle pratiche implementate, dall’aderenza degli operatori e dal supporto organizzativo-culturale. Servono studi metodologicamente più rigorosi, definizioni standardizzate a livello internazionale e maggiore coinvolgimento di pazienti e caregiver. L’approccio multimodale sarà pienamente efficace solo quando organizzazioni e professionisti diventeranno protagonisti consapevoli delle misure di IPC in ogni realtà sanitaria.

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Analisi dei fattori di rischio in un caso isolato di endoftalmite da Streptococcus sanguinis a seguito di iniezione intravitreale

C. Lorusso1, A. Centi1, L. Arpe1, A. Nicolini1, C. Ciurlo2, C. Musso2, B. Bottarini2, M. Ciarlanti2, B. Mentore3, U. Murialdo2

1Ufficio Infezioni Direzione Medica di Presidio; 2Oculistica; 3Direzione Medica di Presidio ASL 4 Liguria

Introduzione. Le iniezioni intravitreali (IVT) sono procedure ambulatoriali mini-invasive gravate dal rischio di complicanze infettive gravi. L’endoftalmite post-IVT da streptococchi del gruppo viridans è tipicamente legata a contaminazione esogena da droplet orali. L’obiettivo di questo lavoro è analizzare i fattori di rischio procedurali, ambientali e il nesso di causalità di un caso isolato di endoftalmite acuta da Streptococcus sanguinis insorta dopo somministrazione di farcimab. Metodi. È stata condotta un’analisi retrospettiva del caso clinico, della tempistica di insorgenza e del profilo microbiologico dell’isolato vitreale. L’evento ha rappresentato un’opportunità di revisione dei percorsi e delle procedure aziendali attraverso un audit mirato, volto a valutare la conformità ai protocolli di asepsi e configuratosi come un fondamentale momento di condivisione delle criticità rilevate. Sono stati inoltre esaminati i registri operatori degli ultimi 12 mesi per escludere la presenza di cluster correlati alla medesima seduta o al medesimo setting assistenziale. Il nesso di causalità è stato valutato secondo i criteri di temporalità, plausibilità biologica ed esclusione di fonti alternative. Risultati. La paziente, affetta da degenerazione maculare essudativa legata all’età, ha sviluppato endoftalmite acuta entro 48 ore dalla procedura con isolamento nel vitreo di Streptococcus sanguinis, commensale orale. L’assenza di altri casi nella seduta e nell’anno precedente esclude una contaminazione sistemica o di lotto del farmaco. L’analisi del nesso di causalità ha confermato l’origine esogena e procedurale dell’evento, basandosi sulla stretta temporalità, sulla specificità del patogeno (raro in forme spontanee) e sull’assenza di batteriemia sistemica. L’evento è riconducibile a una contaminazione puntiforme occasionale (es. emissione di microdroplet da parlato o inadeguato tempo di contatto del povidone-iodio). L’audit ha tuttavia confermato che il percorso clinico era complessivamente aderente alle linee guida, evidenziando l’importanza di blindare ogni singolo passaggio procedurale. Conclusioni. Il quadro clinico-microbiologico depone per un’endoftalmite esogena post-procedurale. Sebbene l’isolamento di S. sanguinis imponga l’esecuzione di emocolture per escludere focolai endogeni occulti (es. endocardite), l’isolamento oculare isolato rafforza il nesso ICA. Per prevenire tali eventi sono obbligatori: adozione rigorosa della mascherina chirurgica per operatore e paziente, divieto assoluto di parlare durante la procedura, rispetto dei tempi di contatto degli antisettici e implementazione del frizionamento alcolico delle mani anche tra i pazienti, raccomandandone l’esecuzione anche nel periodo post-operatorio, prima di qualsiasi contatto con la medicazione o con il sito chirurgico, per ridurre il rischio di contaminazione accidentale del sito. L’analisi di questo caso si è dimostrata uno strumento prezioso per la risonanza dell’aderenza alle buone pratiche, mentre la tracciabilità documentale e la sorveglianza attiva a 30 giorni restano pilastri fondamentali del Risk Management aziendale.

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Aderenza alle pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni correlate all’assistenza in ASL2: sviluppo di uno strumento standardizzato e risultati di una ricerca sul campo

D. Pera1, I. Colombo1, F. Stella2, M. Cirone3, L. Garra1, C. Alicino1

1SC Direzione Medica, Azienda Tutela della Salute Liguria, Area Sociosanitaria 2 (ATSL - ASL2), Savona; 2Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Genova; 3Direttore, Azienda Tutela della Salute Liguria, Area Sociosanitaria 2 (ATSL - ASL2), Savona

Introduzione. Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) rappresentano una grave minaccia per la sicurezza dei pazienti e un pesante onere economico per i sistemi sanitari. L’attività di monitoraggio dell’aderenza alle pratiche di prevenzione e il feedback agli operatori sanitari sono una componente fondamentale dei programmi di prevenzione e controllo delle ICA. Il presente studio aveva l’obiettivo di sviluppare uno strumento standardizzato per tale attività di monitoraggio e testare l’utilizzo di tale strumento sul campo. Metodi. Lo studio è stato condotto da aprile a settembre 2025 ed è stato articolato in tre fasi. 1. Revisione sistematica della letteratura sui database PubMed e CINAHL per la ricerca di articoli in cui fosse stato praticato il monitoraggio mediante osservazione diretta dell’aderenza alle pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni (IPC). Al termine del processo di revisione, condotta a partire da 2.684 articoli, sono stati inclusi 34 articoli. 2. Sulla base della revisione della letteratura, e integrando gli item di osservazione ricorrenti con specifici strumenti messi a disposizione dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è stata strutturata una checklist cartacea standardizzata suddivisa in 5 sezioni: uso dei DPI, gestione della biancheria, gestione degli accessi vascolari, disinfezione dei dispositivi non critici e precauzioni da contatto. 3. Tra luglio e agosto 2025, la checklist è stata testata da un team di tre osservatori nei reparti degli Ospedali di Pietra Ligure e di Albenga. Le sessioni di osservazione avevano una durata massima di 45 minuti e sono state svolte in momenti diversi della giornata. Al termine di ogni sessione è stato fornito un feedback immediato agli operatori. Risultati. Complessivamente, sono state svolte 19 sedute per un totale di 8,5 ore di osservazione. Il 42,1% delle osservazioni si è svolta in reparti chirurgici, il 31,6% in reparti medici, il 15,8% in reparti riabilitativi e il 10,8% in reparti d’emergenza-urgenza. Per quanto riguarda le osservazioni relative all’utilizzo dei DPI (101 osservazioni), l’uso dei guanti è risultato elevato (88,1%) ma nel 28,1% dei casi in cui i guanti erano indossati non vi era raccomandazione al loro utilizzo. L’igiene delle mani prima del contatto con il paziente è stata eseguita nel 53,2% dei casi. Nella gestione della biancheria (35 osservazioni), le pratiche sono risultate corrette nel 94,3% dei casi. Per quanto riguarda la gestione degli accessi vascolari (11 osservazioni), la disinfezione delle porte d’accesso è stata eseguita nell’81,8% dei casi e il lavaggio pulsato del catetere è stato praticato nel 72,7%. Tuttavia, l’igiene delle mani prima dell’inizio delle procedure è stata praticata solo nel 66,7% dei casi. Relativamente, alla sanificazione dei dispositivi medici non critici (19 osservazioni), tale pratica è stata osservata dopo il loro utilizzo solo nel 52,6% dei casi. Infine, per quanto attiene l’applicazione delle precauzioni da contatto (29 osservazioni), la segnaletica prevista dalle procedure aziendali era presente nel 93,1% dei casi e la soluzione idroalcolica era disponibile al punto di assistenza nel 96,6% dei casi. Tuttavia, i DPI erano disponibili sul carrello dedicato nel 72,4% dei casi e i dispositivi pluriuso erano stati dedicati nel 69% dei casi. Conclusioni. Lo studio ha consentito di sviluppare e testare sul campo uno strumento standardizzato per il monitoraggio dell’aderenza alle pratiche di IPC. Le osservazioni sul campo hanno evidenziato buona aderenza ad alcune strategie di prevenzione (es. gestione cateteri, applicazione precauzioni da contatto), ma un’aderenza subottimale a pratiche preventive fondamentali, fra cui l’igiene delle mani. A partire dal 2026, lo strumento di osservazione è inserito nella pratica di routine dei team IPC di ASL2. È attualmente allo studio la transizione dello strumento dal formato cartaceo a quello digitale per facilitare la compilazione, l’analisi e la condivisione dei dati.

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Attività di controllo dell’aderenza ai protocolli di gestione dei microrganismi trasmissibili da contatto nelle strutture di degenza: modello operativo e risultati ottenuti presso gli ospedali di Pietra Ligure e Albenga

I. Colombo1, D. Pera1, P. Morelli2, M. Airapetian3, F. Stella3, S. Brenci2, M. Cirone4, L. Garra1, C. Alicino1

1SC Direzione Medica, Azienda Tutela della Salute Liguria, Area Sociosanitaria 2 (ATSL - ASL2), Savona; 2SSD Microbiologia, Azienda Tutela della Salute Liguria, Area Sociosanitaria 2 (ATSL - ASL2), Savona; 3Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Genova; 4Direttore, Azienda Tutela della Salute Liguria, Area Sociosanitaria 2 (ATSL - ASL2), Savona

Introduzione. La diffusione in ambito ospedaliero di microrganismi multiresistenti o di altri microrganismi trasmissibili da contatto rappresenta una delle minacce più severe per la sicurezza dei pazienti. Il monitoraggio dell’aderenza alle pratiche di prevenzione rappresenta una delle componenti fondamentali dei programmi di prevenzione e controllo dell’infezioni correlate all’assistenza. Questo studio descrive il modello operativo di monitoraggio dell’aderenza alle precauzioni specifiche per trasmissione da contatto negli Ospedali di Pietra Ligure e Albenga, afferenti all’Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitario Locale 2, e riporta i dati dell’attività condotta nel periodo compreso tra giugno 2025 e maggio 2026. Metodi. Quotidianamente, le Infermiere Specialiste del Rischio Infettivo (ISRI) ricevono tramite e-mail un report circa i pazienti ricoverati nelle strutture di degenza in cui sono stati isolati microrganismi per cui è prevista l’applicazione delle precauzioni specifiche per trasmissione da contatto. Le ISRI identificano i pazienti con nuovo isolamento microbiologico e, mediante consultazione della cartella clinica e contatto diretto con il reparto, verificano: • Modalità di isolamento del paziente (stanza singola/cohorting/isolamento funzionale); • Evidenza dell’applicazione delle precauzioni specifiche per trasmissione da contatto nella cartella clinica del paziente; • Evidenza della comunicazione alla ditta appaltatrice del servizio di pulizia per incrementare la frequenza dell’attività di sanificazione; • Nel caso di paziente inizialmente sottoposto ad isolamento funzionale, verifica congiunta con il personale del reparto circa la possibilità di attuare una diversa modalità di isolamento. Tale attività di monitoraggio viene registrata attraverso un database in formato elettronico. In caso di trasferimento del paziente in altro reparto, tale attività viene svolta nuovamente. Inoltre, le ISRI effettuano periodicamente, mediante l’utilizzo di una checklist standardizzata, osservazioni dirette per valutare sul campo l’applicazione delle precauzioni specifiche per trasmissione da contatto. Risultati. Nel periodo di studio, sono stati svolti 724 monitoraggi su 466 pazienti. Complessivamente sono stati isolati 482 microrganismi così distribuiti: 353 Enterobacterales resistenti ai carbapenemi (73,2%), 98 Clostridioides difficile (20,3%), 11 Pseudomonas aeruginosa resistenti ai carbapenemi (2,3%), 9 Acinetobacter baumannii resistenti ai carbapenemi (1,9%), 11 altri microrganismi (2,3%). In 644 casi (89%) le precauzioni da contatto risultavano già applicate e documentate in cartella clinica al momento del monitoraggio. Le modalità di isolamento attuate erano: isolamento in stanza singola in 231 casi (31,9%), cohorting in 111 casi (15,3%) e isolamento funzionale in 364 casi (50,3%). In 18 casi (2,5%) non era stato attuato alcun isolamento. In 602 casi (83,1%), al momento del monitoraggio, era già stata comunicata alla ditta appaltatrice del servizio di pulizia la necessità di incrementare la frequenza delle attività di sanificazione e di tale comunicazione era presente tracciabilità in cartella clinica. Nel periodo considerato, sono state effettuate dalle ISRI 88 osservazioni dirette volte a verificare la corretta applicazione delle precauzioni specifiche per trasmissione da contatto. In 85 osservazioni (96,6%) il paziente aveva dispositivi pluriuso dedicati. In 77 osservazioni (87,5%) il carrello contenente i dispositivi di protezione individuale era correttamente allestito ed era disponibile il contenitore per rifiuti sanitari a rischio infettivo. La segnaletica informativa prevista dalle procedure aziendali era presente in 68 casi (77,3%). Conclusioni. Il monitoraggio quotidiano dell’aderenza ai protocolli di gestione dei microrganismi per cui è prevista l’applicazione delle precauzioni specifiche per trasmissione da contatto rappresenta un utile strumento per favorire la corretta attuazione delle misure di prevenzione e garantire la loro tracciabilità all’interno della documentazione sanitaria. Inoltre, la metodologia applicata favorisce la costante cooperazione fra il team di prevenzione e controllo delle infezioni e i professionisti sanitari operanti nei reparti di degenza.

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Prevenzione e controllo delle infezioni associate agli accessi vascolari venosi nell’adulto: revisione sistematica della letteratura

C. Bellofatto1, P. Di Giacomo2, N. Marcatelli3, L. Savegnago3,  M. Mattioli2

1Dipartimento Medico-Chirurgico delle Malattie Digestive, Epatiche ed Endocrino-Metaboliche, IRCCS AOU di Bologna; 2Corso di Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università degli Studi di Bologna; 3Settore Rischio Infettivo, Direzione Assistenziale, Ambito Rimini, AUSL della Romagna

Introduzione. Gli accessi vascolari venosi, centrali e periferici, sono indispensabili nell’assistenza al paziente adulto, consentendo la somministrazione di farmaci, fluidi, emoderivati, nutrizione parenterale e, in specifici contesti, il monitoraggio clinico. La loro presenza, tuttavia, può favorire la colonizzazione microbica del dispositivo e lo sviluppo di infezioni locali o sistemiche, comprese le Catheter-Related Bloodstream Infections (CRBSI), infezioni del torrente ematico microbiologicamente correlate al catetere, e le Central Line-Associated Bloodstream Infections (CLABSI), infezioni del torrente ematico insorte in pazienti portatori di catetere venoso centrale e non attribuibili ad altre sedi infettive. Tali complicanze sono associate a peggioramento degli esiti clinici, prolungamento della degenza e incremento dei costi assistenziali. La prevenzione delle infezioni associate agli accessi vascolari costituisce pertanto una priorità nell’ambito della sicurezza delle cure e della gestione del rischio infettivo. La presente revisione sistematica si propone di analizzare e sintetizzare criticamente le recenti evidenze sulle strategie di prevenzione e controllo delle infezioni correlate agli accessi vascolari nei pazienti adulti, al fine di individuare gli interventi più efficaci e orientare la pratica infermieristica, la formazione degli operatori e le scelte organizzative. Metodi. È stata condotta una revisione sistematica della letteratura secondo le indicazioni del Joanna Briggs. Il quesito di ricerca è stato sviluppato secondo il PICOS e il reporting della review segue le indicazioni del PRISMA 2020. La ricerca bibliografica è stata effettuata nelle banche dati PubMed, CINAHL Complete e Scopus, per identificare studi pubblicati negli ultimi cinque anni in lingua inglese utilizzando parole chiave e sinonimi tra cui vascular access device, central venous catheter, peripheral intravenous catheter, PICC, midline, implantable port, CLABSI, CRBSI, catheter-related infection, infection prevention, infection control, bundle e antisepsis. La qualità metodologica degli studi inclusi è stata valutata mediante checklist specifica per disegno di studio del Joanna Briggs. Risultati. A partire da 69 studi valutati come eleggibili, sono stati inclusi 29 studi, prevalentemente condotti in ambito ospedaliero, soprattutto in terapia intensiva e in reparti ad alta complessità assistenziale. Gli interventi individuati sono principalmente: clinico-assistenziali, organizzativi e formativi e di monitoraggio. Gli interventi clinico-assistenziali comprendono antisepsi cutanea, medicazioni o dispositivi contenenti clorexidina, disinfezione di hub e needleless connectors, stabilizzazione e scelta appropriata del catetere. Gli interventi organizzativi includono l’adozione di bundle di inserzione e mantenimento, protocolli o procedure standardizzate, checklist operative, algoritmi infermieristici e sistemi di alert per la rivalutazione periodica o la rimozione tempestiva del catetere. Gli interventi formativi e di monitoraggio comprendono programmi educativi strutturati rivolti agli operatori, audit osservazionali, feedback periodici, sorveglianza dei tassi di CLABSI/CRBSI, monitoraggio dei giorni-catetere. Nel complesso, gli interventi multimodali risultano associati a una riduzione delle infezioni correlate agli accessi vascolari e ad un miglioramento dell’aderenza assistenziale, con evidenze più consistenti per i cateteri venosi centrali rispetto ai cateteri venosi periferici. Conclusioni. La prevenzione delle infezioni associate agli accessi vascolari nell’adulto si configura come un processo complesso, che richiede strategie integrate, strutturate e sostenibili nella pratica quotidiana. Il valore degli interventi analizzati non risiede solo nella loro efficacia tecnica, ma anche nella capacità di tradurre le raccomandazioni basate sulle evidenze in comportamenti assistenziali omogenei, condivisi e verificabili. Il ruolo dell’infermiere è centrale nella gestione quotidiana del dispositivo e nella prevenzione delle complicanze infettive. Il consolidamento di sistemi di monitoraggio e restituzione dei risultati può favorire una maggiore aderenza alle buone pratiche, ridurre la variabilità assistenziale e sostenere il miglioramento continuo della qualità e della sicurezza delle cure.

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I dati preliminari 2025 della sorveglianza del consumo di soluzione idroalcolica per l’igiene delle mani (CSIA) in Italia

G. Fadda, D. Petrone, C. Isonne, S. Giannitelli, F. Venuti, F. D’Ancona

Dipartimento Malattie Infettive, Istituto Superiore di Sanità, Roma

Introduzione. L’igiene delle mani è una pratica semplice ma estremamente efficace per contrastare la trasmissione di infezioni correlate all’assistenza e migliorare gli esiti di salute. Per monitorare in modo indiretto l’adesione all’igiene delle mani nelle strutture sanitarie, nel 2021 è stata istituita in Italia la sorveglianza del Consumo di Soluzione Idroalcolica per l’igiene delle mani (CSIA), coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità. Metodi. La sorveglianza CSIA monitora a livello nazionale e regionale il consumo di soluzione idroalcolica nelle strutture sanitarie con degenza (ospedali pubblici e privati, strutture socioassistenziali e sociosanitarie). L’indicatore utilizzato è il consumo mediano in litri per 1000 giornate di degenza ordinaria (L/1000 GDO). I dati sono raccolti su tre livelli: intera struttura, area di degenza e aree specifiche (medica, chirurgica, terapia intensiva, ortopedica). Risultati. L’analisi preliminare mostra che nel 2025, sono stati trasmessi i dati di 692 strutture, distribuite su tutto il territorio nazionale, confermando l’ampia variabilità del CSIA tra le Regioni/PP.AA. Si nota una leggera diminuzione del CSIA nei reparti di degenza ordinaria rispetto allo scorso anno (10,2 L/1000GDO vs 10,5 L/1000GDO). Come negli anni precedenti, i consumi più alti sono stati registrati nelle aree di terapia intensiva (41,1L/1000GDO), mentre quelli più bassi in ortopedia (8,3 L/1000GDO). Le farmacie sono state la principale fonte di rilevazione (54,9%). Conclusioni. Il mancato incremento medio del CSIA dall’inizio della rilevazione solleva preoccupazioni circa l’adesione alle pratiche di igiene delle mani nelle strutture sanitarie italiane. Per questo è fondamentale sostenere gli sforzi per incoraggiare e incrementare l’adesione all’igiene delle mani tra gli operatori sanitari e tra questi, la formazione, la sorveglianza e la comunicazione possono svolgere un ruolo decisivo. L’ISS promuove i programmi di igiene delle mani anche con corsi di formazione e diffusione di materiali e informazioni sui principali canali di comunicazione istituzionali.

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La percezione del rischio infettivo influenza i comportamenti assistenziali? Un’indagine osservazionale in area medica

B. Meucci1, D. Accorgi2, M. Jayakody1, G. Bertini3, B. Olivieri1,  L. Belli1, D. Bruni3, A. Sindoni4, M. Mechi4, F. Mannocci4, M. Chiti1

1SOC Assistenza Infermieristica, ASL Toscana Centro, Nuovo Ospedale di Prato; 2SOC Monitoraggio e Accreditamento, Area di governo Interdipartimentale DAIO, ASL Toscana Centro; 3SOC Medicina Interna I, ASL Toscana Centro, Nuovo Ospedale di Prato; 4Rete Ospedaliera, ASL Toscana Centro, Nuovo Ospedale di Prato

Introduzione. L’aderenza alle misure di infection prevention and control (IPC) è influenzata non solo dalla conoscenza delle procedure assistenziali, ma anche dalla percezione del rischio infettivo da parte dei professionisti sanitari. Nei contesti di area medica garantire un’applicazione appropriata dell’isolamento funzionale, in particolar modo per i pazienti colonizzati e/o infetti da microrganismi multiresistenti (MDRO), rappresenta una sfida organizzativa anche in ragione delle caratteristiche dei pazienti che accedono più frequentemente ai servizi, quali anziani fragili con patologie croniche e/o ad elevata complessità assistenziale. L’obiettivo dello studio è quello di esplorare la concordanza nella percezione del rischio infettivo durante l’isolamento funzionale per la via di trasmissione da contatto tra osservatori esperti e professionisti del setting assistenziale. Metodi. È stata condotta un’indagine osservazionale nell’ambito di un progetto di audit interno in un’area medica di 56 posti letto. Durante l’attività assistenziale ordinaria sono stati osservati 18 momenti assistenziali in cinque sessioni. Tali osservazioni sono state effettuate da una coppia di valutatori composta da un componente del Team Aziendale di IPC e da un professionista dell’unità operativa (medico, infermiere o OSS). Per l’osservazione è stata utilizzata una checklist di 20 item sviluppata sulla base della letteratura scientifica esistente, composta da item che indagavano la corretta segnalazione dell’isolamento, l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, l’aderenza alle precauzioni standard e aggiuntive, la gestione assistenziale dei pazienti con MDRO e la sanificazione di dispositivi e superfici. Risultati. L’analisi dei risultati ha evidenziato una significativa discordanza nella percezione del rischio infettivo tra osservatori esperti e professionisti del reparto in relazione ad alcuni comportamenti assistenziali, registrata tramite le differenti proporzioni di risposte positive e negative dalle due tipologie di osservatori (χ2=5,738; P=0,0166). Le principali differenze hanno riguardato l’appropriatezza dell’utilizzo dei guanti (61%), la corretta vestizione e svestizione dei DPI (56%), la scelta dei dispositivi di protezione in funzione della trasmissione per contatto (50%) e la sanificazione dei dispositivi medici e delle superfici condivise (39%). Conclusioni. Lo studio evidenzia come la percezione del rischio rappresenti un elemento dominante per l’aderenza alle misure di IPC. Le discrepanze osservate tra professionisti del setting e osservatori esperti suggeriscono che la conoscenza delle procedure, da sola, non sia sufficiente a garantire comportamenti assistenziali appropriati. Strategie di miglioramento analoghe a quelle utilizzate nel nostro studio, quali la restituzione dei risultati, il feedback tra pari, il brainstorming e analisi a piccoli gruppi circa barriere e facilitatori individuali/organizzativi/ambientali possono rafforzare la consapevolezza del rischio infettivo, promuoverne la cultura e migliorare l’aderenza alle misure di prevenzione della diffusione degli MDRO.

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Controllo di qualità del reprocessing degli endoscopi flessibili mediante sorveglianza microbiologica: esperienza dell’AOU di Sassari

E. Balzano1, G.M. Deriu1, S. Soddu1, A. Palmieri1, C. D’Avino1,  I. Mulas1, M.L. Serra1, A. Arghittu2, P. Castiglia1

1Direzione Medica di Presidio, Igiene, Epidemiologia e Infezioni Ospedaliere, AOU Sassari; 2Dipartimento di Innovazione, Università degli Studi di Sassari

Introduzione. Il ricondizionamento degli endoscopi flessibili è una fase critica del percorso assistenziale endoscopico, da cui dipendono il controllo microbiologico dello strumento e la sicurezza del paziente. Le infezioni correlate a procedure endoscopiche hanno bassa incidenza, ma l’elevato volume procedurale ne amplifica l’impatto clinico e organizzativo. La prevenzione del rischio infettivo si basa sull’adozione di procedure standardizzate, conformi alle indicazioni del fabbricante, alle normative tecniche e alle linee guida disponibili. La sorveglianza microbiologica consente di verificarne l’efficacia, identificare precocemente criticità e orientare le azioni di miglioramento. Obiettivo dello studio è descrivere i risultati di un programma strutturato di sorveglianza microbiologica del ricondizionamento endoscopico presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari. Metodi. Tra novembre 2024 e aprile 2026 è stato implementato un programma sistematico di sorveglianza microbiologica, integrato nella procedura aziendale standardizzata di ricondizionamento degli endoscopi flessibili. Sono stati inclusi gastroscopi, colonscopi, broncoscopi, duodenoscopi, enteroscopi, cistoscopi ed ecoendoscopi (radiali e lineari). Il campionamento ha riguardato i canali interni e le superfici esterne degli strumenti, oltre alle superfici interne degli armadi di stoccaggio, per un totale di 74 campionamenti (67 endoscopi, 7 armadi). La conformità è stata valutata secondo le norme ISO 15883-4 e ISO 16442:2015, sulla base della carica microbica (soglie: <100 e <10 UFC/eluato per gli endoscopi, <25 UFC/piastra per gli armadi) e dell’eventuale isolamento di microrganismi indicatori, identificati secondo le raccomandazioni della letteratura scientifica internazionale. Per ogni non conformità è stata condotta un’analisi del rischio, con identificazione delle cause, definizione di azioni correttive, feedback strutturato alle Unità Operative coinvolte e verifica dell’efficacia degli interventi. Risultati. Dei 67 campionamenti eseguiti sugli endoscopi il 94% sono risultati conformi ai criteri di accettabilità. Tra le non conformità riscontrate, un ecoendoscopio radiale ha presentato contemporaneamente il superamento della soglia di carica microbiologica (117 UFC/eluato) e l’isolamento di Klebsiella oxytoca. Le restanti non conformità hanno riguardato due campioni con carica microbiologica superiore ai valori di riferimento, rilevata in un broncoscopio (130 UFC/eluato) e in un colonscopio (>100 UFC/eluato), e un campione con isolamento di un microrganismo indicatore (Enterobacter asburiae) in un colonscopio. Negli armadi di stoccaggio, tre dei sette campionamenti sono risultati non conformi, prevalentemente per la presenza di muffe ambientali e, in un caso, per l’isolamento di Pantoea agglomerans, confermando l’opportunità di includere anche la fase di conservazione nei programmi di sorveglianza microbiologica. L’analisi delle non conformità ha orientato interventi correttivi mirati, comprendenti l’aggiornamento delle procedure operative, il rafforzamento della formazione del personale e l’intensificazione della sorveglianza microbiologica. Conclusioni. Il programma di sorveglianza ha confermato l’affidabilità del ricondizionamento degli endoscopi e il valore del monitoraggio microbiologico quale strumento di controllo della qualità. L’integrazione della sorveglianza microbiologica con l’analisi del rischio, il feedback alle Unità Operative e la verifica dell’efficacia delle azioni correttive ha favorito un approccio strutturato al miglioramento continuo, rafforzando la sicurezza del percorso endoscopico e configurando un efficace modello di clinical governance per la prevenzione del rischio infettivo.

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Reservoir di antibiotico-resistenza in area critica: gestione degli scarichi idrici

V. Cannistraro1, F. Averara2, M. Arosio3

1SC Direzione Medica; 2SC Direzione Aziendale Professioni Sanitarie e Sociali; 3SC Microbiologia e Virologia ASST Papa Giovanni XXIII Bergamo

Introduzione. Nei setting ad alta intensità assistenziale, gli scarichi dei sanitari possono costituire reservoir di microrganismi antibiotico-resistenti: ristagno e biofilm favoriscono retrocontaminazione delle superfici prossime al paziente. Tra dicembre 2021 e aprile 2022 in ASST Papa Giovanni XXIII, in area critica adulti, sono stati documentati 14 casi da Enterobacter cloacae complex VIM+, con riscontro ambientale in 9/16 lavandini al posto letto; tra giugno e luglio 2022, in area critica cardiochirurgica, 8 casi da Escherichia coli VIM+ con impatto clinico rilevante, gravato anche da decessi nei quali l’infezione è stata identificata come importante cofattore dell’evoluzione settica, a fronte di rete idrica negativa ma positività dei sifoni. Dopo tali cluster e riscontro persistente di determinanti genici di resistenza nei lavandini in prossimità dei singoli posti letto, è stata avviata una strategia per la gestione del rischio ambientale correlato. È stato ipotizzato che un approccio integrato, basato su gestione responsabile dell’uso dei lavabi, formazione del personale, responsabilità operative trattamento mirato degli scarichi e sorveglianza microbiologica potesse contribuire al contenimento dei microrganismi antibiotico-resistenti, limitando la diffusione ambientale. Metodi. Da dicembre 2021 è stata condotta una valutazione ambientale in tutti i settori di area critica adulto, pediatrico e neonatale. L’intervento, coordinato dal Gruppo Operativo Prevenzione e Controllo Infezioni, ha previsto: standardizzazione degli usi consentiti dei lavandini, gestione dei sifoni e monitoraggio ambientale. Per la gestione dei sifoni, sono state valutate diverse strategie: sostituzione degli stessi o trattamento con cloro attivo in pastiglie ed in ultimo con un formulato schiumogeno pronto all’uso specifico per gli scarichi (Saniclean Drains, Sanipur SpA). Quest’ultimo ha previsto applicazione settimanale, serale, da parte della ditta incaricata del servizio di sanificazione ambientale in tutti i lavandini dei posti letto. La sorveglianza microbiologica ambientale, progressivamente ottimizzata nella strategia adottata, ha incluso campionamenti microbiologici periodici, su punti rappresentativi con valutazione molecolare e colturale. Risultati. Dopo i clusters verificatesi in area critica, nel 2022-23 è stata rafforzata la gestione controllata dei lavandini: uso dedicato all’igiene delle mani, divieto di smaltimento di sostanze favorenti biofilm, liquidi biologici o materiali contaminati, flussaggio immediato in caso di sversamento di reflui accidentali ed eliminazione del tappo del sifone. I sifoni associati a pazienti colonizzati/infetti venivano disinfettati con cloro 10.000 ppm, sottoposti a controllo microbiologico molecolare e sostituiti se positivi. Nonostante tali misure, la sorveglianza ambientale 2023 ha documentato persistenza di microrganismi e geni di resistenza nei sifoni, motivando l’avvio del trattamento periodico sperimentale con il formulato schiumogeno. I dati microbiologici del periodo dicembre 2024 – ottobre 2025, hanno evidenziato che, nonostante la quota positiva di esiti molecolari sia rimasta rilevante, le colture positive si sono ridotte da oltre metà (55,3%) degli esiti nelle rilevazioni del primo mese a meno di un quinto nel follow-up (18,9%). In alcuni scarichi inizialmente positivi per determinanti di resistenza è stata osservata negativizzazione stabile; in altri, la persistenza o intermittenza del segnale molecolare, anche senza isolamento colturale, ha confermato la necessità di un trattamento continuativo e monitorato. Conclusioni. L’esperienza conferma che gli scarichi rappresentano punto critico del rischio infettivo ambientale da batteri antibiotico-resistenti, da gestire con un approccio multimodale che integri comportamenti corretti, sanificazione mirata e sorveglianza. La riduzione della coltivabilità, pur con possibile persistenza di marcatori molecolari, indica che il trattamento schiumogeno applicato potrebbe ridurre la quota vitale dei reservoir, difficilmente raggiungibili con le misure convenzionali. L’assenza di cluster dopo l’implementazione delle misure suggerisce che il modello proposto può contribuire al controllo dei reservoir ambientali di antibiotico-resistenza in aree ad alta complessità assistenziale.

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Sorveglianza microbiologica degli endoscopi come strumento di verifica della qualità del reprocessing: risultati dell’implementazione di un programma aziendale multidisciplinare di prevenzione e controllo delle infezioni correlate all’assistenza (ICA)

A. Di Vincenzo1, R.G. Vecchietti1, A. Riccio1, E. Riva2, A. Piceghello3, V. Ghisetti3, F. Coppola4, G. Campobasso5, A. Carcieri6, A. Vitale7, M. Morandi8, C. Picco9, A. Maiello1

1SSS Prevenzione Rischio Infettivo; 2SS Ingegneria Clinica; 3SC Microbiologia e Virologia; 4SC Gastroenterologia; 5SC DSPO Martini; 6SC DSPO Maria Vittoria; 7SC DSPO San Giovanni Bosco; 8Direttore Sanitario d’Azienda; 9Direttore Generale ASL Città di Torino

Introduzione. La sorveglianza microbiologica rappresenta uno strumento raccomandato per verificare l’efficacia del reprocessing degli endoscopi flessibili e individuare precocemente eventuali criticità del processo. Nel 2023 la nostra Azienda Sanitaria ha costituito un gruppo di lavoro multidisciplinare con l’obiettivo di uniformare le procedure di reprocessing nei diversi presidi ospedalieri, elaborando una procedura aziendale unica e standardizzando le modalità di campionamento microbiologico. In questo contesto è stato avviato un programma di sorveglianza microbiologica degli endoscopi digestivi, del quale vengono descritti i risultati dei primi 30 mesi di attività. Metodi. La procedura aziendale è stata sviluppata nel corso del 2023 da un gruppo multidisciplinare comprendente Prevenzione Rischio Infettivo, Microbiologia, Ingegneria Clinica, Farmacia, Direzioni Sanitarie PP OO e Servizi di Endoscopia. Contestualmente sono stati definiti la frequenza dei campionamenti, i criteri di interpretazione microbiologica e le azioni correttive in caso di non conformità. Dopo formazione dedicata degli operatori, dal febbraio 2024 è stato avviato un programma di sorveglianza microbiologica nei tre principali servizi di endoscopia digestiva aziendali presso i PPOO San Giovanni Bosco, Maria Vittoria e Martini. I campionamenti sono stati eseguiti mediante tecnica flush-brush-flush associata al tamponamento dei siti critici (fori dei canali operativi ed elevatore dei duodenoscopi) e classificati secondo i criteri previsti dalla procedura aziendale. Risultati. Nel periodo di studio sono stati eseguiti 279 campionamenti microbiologici su 71 endoscopi digestivi (gastroscopi, colonscopi e duodenoscopi) appartenenti a tre servizi aziendali. Il tasso complessivo di conformità è risultato pari al 96%, mentre le non conformità microbiologiche (presenza di microrganismi ad elevata rilevanza e in elevata carica) hanno interessato il 4% dei campionamenti. I principali microrganismi isolati sono stati contaminanti della flora cutanea e orale, con identificazione in 7 strumenti di 8 microrganismi considerati ad alta rilevanza microbiologica secondo la procedura aziendale. Tutte le non conformità hanno determinato l’attivazione delle azioni correttive previste (ricondizionamento, ricampionamento e, ove necessario, manutenzione dello strumento presso la ditta fornitrice), consentendo il ripristino della conformità microbiologica. In due casi in cui erano stati isolati anche dopo ripetuti ricampionamenti C. glabrata, E coli, K. pneumoniae e E. faecium VRE è stato necessario l’invio alla ditta fornitrice. Conclusioni. L’implementazione di un programma aziendale multidisciplinare di sorveglianza microbiologica ha consentito di standardizzare il monitoraggio del reprocessing nei diversi servizi di endoscopia digestiva, fornendo uno strumento oggettivo per la verifica della qualità del processo e per l’identificazione tempestiva delle criticità. L’esperienza conferma il valore della sorveglianza microbiologica come supporto ai programmi di prevenzione delle ICA e di miglioramento continuo della qualità dell’assistenza al paziente.

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Strategie di controllo del biofilm nei sifoni dei lavandini di una terapia intensiva in un ospedale di rilievo nazionale

T. Russo, T. Padua, B. Conte, M. Sidoti, S. Spredicati, A. Baggiani, B. Casini

Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Pisa

Introduzione. Pseudomonas aeruginosa è un batterio opportunista e rappresenta una delle principali cause di infezione nei pazienti ospedalizzati. Sulle 860 infezioni correlate all’assistenza nelle Unità di Terapia Intensiva (UTI) in Italia, l’11,9% sono state ascrivibili proprio a questo patogeno (il terzo per frequenza) secondo il report SPIN-UTI 2023-2024. La capacità di formare biofilm, la persistenza nell’ambiente (in particolare quello umido) e l’acquisizione dell’antibiotico-resistenza conferiscono a questo batterio un’alta rilevanza nelle infezioni correlate all’assistenza. Un reservoir importante è rappresentato dai sifoni dei lavandini dove la presenza di P. aeruginosa è molto difficile da eradicare ed è in grado di determinare la contaminazione delle mani dell’operatore tramite il backsplash. Questo fenomeno è ampiamente riportato in letteratura e le recenti linee guida SHEA sottolineano l’importanza di includere i lavandini nella valutazione dei rischi correlati alla trasmissione di infezioni in ambito assistenziale (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10015275/). Metodi. All’interno di un’UO di Anestesia e Rianimazione del Pronto Soccorso di un ospedale di rilievo nazionale, nel periodo compreso tra marzo e giugno 2026, sono stati notificati 6 pazienti colonizzati o infetti da P. aeruginosa multi-farmaco resistente. Un’indagine preliminare, svolta nel mese di giugno, ha rilevato la presenza di 6 campioni ambientali positivi a P. aeruginosa, 2 su superfici ad alta frequenza di contatto e 4 nei sifoni. Al fine di ridurre i rischi correlati a tale contaminazione, i sifoni sono stati sottoposti a trattamento periodico con un prodotto detergente igienizzante ad hoc per tale applicazione (SANICLEAN Drains, Sanipur SpA). La sperimentazione del prodotto igienizzante è stata condotta attraverso la sua applicazione nei sifoni dei lavandini della UO Anestesia e Rianimazione. Il prodotto è stato impiegato erogando (> 100 mL per scarico) all’interno dei sifoni la schiuma attiva pre-formulata, tramite apposito nebulizzatore pressurizzato meccanicamente, osservando in seguito un tempo di contatto pari a 30 minuti. Il prodotto è stato successivamente eliminato tramite risciacquo con acqua corrente. Il protocollo ha previsto campionamenti bisettimanali dei sifoni, sia prima che dopo il trattamento, al fine di valutarne l’efficacia nel tempo. Le indagini hanno compreso la determinazione della carica microbica totale e la ricerca di P. aeruginosa. Risultati. I campionamenti preliminari (giugno-luglio 2026) rivelano differenze significative tra il pre- ed il post- trattamento, con una riduzione della carica microbica totale di 3 unità logaritmiche dopo l’applicazione del prodotto. Dei 4 sifoni inizialmente positivi per P. aeruginosa, 2 si sono negativizzati alla prima applicazione ed i rimanenti 2 hanno mostrato una contaminazione residua. Di questi, uno solo ha mantenuto la propria positività allo stato attuale dello studio. Conclusioni. I risultati dello studio, sebbene preliminari, evidenziano che l’applicazione di prodotti detergenti/igienizzanti efficaci contro il biofilm può ridurre la carica microbica presente nei sifoni, contribuendo a minimizzare la trasmissione di patogeni veicolati con l’acqua. Nel prosieguo dello studio, sarà verificata l’efficacia nella riduzione delle infezioni correlate all’assistenza nel periodo considerato.