Miscellanea

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Sorveglianza territoriale di legionella spp. in strutture turistico-ricettive, sanitarie e socio-assistenziali: analisi dei campionamenti ambientali e stratificazione della criticità

R. Nichisolo1, D. Pelloni2, M. Savio2, B. Carrara3, G. Guerra3,  F. Impalà3, D. Porzio3, M.E. Flacco4, C. De Sisti5

1Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, Università degli Studi di Ferrara; 2UOS Ambiente e Salute, UOC Igiene Pubblica, Dipartimento Sanità Pubblica AUSL Ferrara; 3UOC Igiene Pubblica AUSL Ferrara; 4Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione, Università degli Studi di Ferrara; 5UOC Igiene Pubblica, Dipartimento Sanità Pubblica, AUSL Ferrara

Introduzione. La prevenzione della legionellosi richiede monitoraggio ambientale, valutazione del rischio, gestione degli impianti idrici e interventi correttivi tempestivi. Le Linee guida nazionali, approvate con Accordo Stato-Regioni del 7 maggio 2015, e la Delibera di Giunta Regionale (DGR) Emilia-Romagna n. 828/2017 costituiscono i principali riferimenti per le attività di prevenzione e controllo. In tale contesto è stata condotta un’analisi dei campionamenti ambientali per Legionella spp. eseguiti dall’Unità Operativa Complessa (UOC) Igiene Pubblica dell’Azienda Unità Sanitaria Locale (AUSL) di Ferrara, con l’obiettivo di caratterizzare i riscontri microbiologici, valutare presenza e ricorrenza della contaminazione e individuare strutture e setting a maggior criticità, al fine di orientare gli interventi di controllo. Metodi. È stata condotta un’analisi descrittiva dei campionamenti registrati nel periodo 2017-2025 in strutture turistico-ricettive, sanitarie e socio-assistenziali. L’unità di analisi era il singolo campionamento, inteso come l’insieme dei campioni ambientali prelevati in una struttura in una specifica data. Per ciascun campionamento è stato considerato il valore massimo di unità formanti colonia per litro (UFC/L) come indicatore della massima contaminazione rilevata. I campionamenti sono stati analizzati per tipologia di struttura, classe di contaminazione, ricorrenza della presenza di Legionella spp. e sierotipo. Le classi di contaminazione erano definite come: <100, 100-1.000, 1.001-10.000 e >10.000 UFC/L. È stata inoltre costruita una classificazione ad hoc di criticità delle strutture a fini descrittivi, integrando presenza e ricorrenza della contaminazione. Sono state classificate ad alta criticità le strutture con almeno un campionamento >10.000 UFC/L oppure almeno due campionamenti con valore massimo osservato >1.000 UFC/L; a criticità intermedia le strutture che presentavano almeno un campionamento con valore massimo compreso tra 1.001 e 10.000 UFC/L oppure almeno due campionamenti con valori compresi tra 101 e 1.000 UFC/L; con criticità ordinaria nei restanti casi. Sono stati infine valutati i riscontri di Legionella pneumophila (L. pneumophila) sierogruppi 1, 2, 6, 14 e Legionella specie (L. spp.). Risultati. Sono stati analizzati 452 campionamenti, di cui 256 effettuati in strutture sanitarie o socio-assistenziali e 196 in strutture turistico-ricettive. La classificazione per valore massimo ha evidenziato che il 47,4% dei campionamenti presentavano <100 UFC/L, il 17% 101-1.000 UFC/L, il 15,9% 1.001-10.000 UFC/L e il 19,7% >10.000 UFC/L. I campionamenti con contaminazione più elevata sono risultati più frequenti nelle strutture sanitarie o socio-assistenziali (20,3%) rispetto alle turistico-ricettive (18,9%). I riscontri microbiologici, non mutuamente esclusivi, comprendevano L. pneumophila sierogruppo 1 in 105 campionamenti, sierogruppo 6 in 3 campionamenti, sierogruppi 2-14 in 108 campionamenti e Legionella spp. in 261 campionamenti. Applicando la classificazione ad hoc, 76 strutture sono risultate ad alta criticità, 13 a criticità intermedia e 78 a criticità ordinaria. Conclusioni. L’integrazione tra valore massimo di UFC/L rilevato e ricorrenza dei riscontri, oltre alla valutazione del sierotipo di L. spp, permette di individuare strutture a criticità più elevata per la sanità pubblica. Questo approccio può supportare una sorveglianza territoriale più mirata, orientando ri-campionamenti, verifiche documentali e interventi tecnici verso le strutture con maggiore evidenza di contaminazione elevata o persistente, soprattutto in riferimento al diverso profilo degli utenti presenti nei setting turistico-ricettivi, sanitari e socio-assistenziali.

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Infezioni a seguito di sostituzioni protesiche dell’anca per frattura

M. Saia, S. Pedron, L. Salmaso, M. Zanovello, C. Barbiellini Amidei, U. Fedeli

Regione Veneto, Azienda Zero

Introduzione. A livello nazionale si assiste a un continuo incremento del ricorso alla chirurgia protesica con impianti, sempre più frequentemente rivolto a soggetti in età avanzata, per i quali, in passato, si optava solo raramente per un intervento chirurgico per le implicazioni connesse all’anzianità, tra le quali la scarsa compliance e il rischio infettivo legato alle comorbilità. Metodi. Avvalendosi dell’archivio informatizzato e anonimizzato delle schede di dimissione ospedaliera (SDO), è stato condotto uno studio retrospettivo sulle sostituzioni delle protesi d’anca impiantate presso le strutture pubbliche e accreditate del Veneto a seguito di frattura, relativamente al periodo 2000-2025. Le sostituzioni sono state differenziate in totali e parziali (cod. int. ICD9-CM 81.51; 81.52) indagando l’insorgenza di infezioni dell’impianto (cod. dgn. ICD9-CM 996.66) ed eventuale revisione (cod. int. ICD9-CM 81.53, 00.70-00.73), classificando le infezioni in base al tempo di insorgenza in early (nei primi 3 mesi), late (fino a 2 anni) e delayed (oltre i 2 anni), limitando per queste ultime l’osservazione a 5 anni dall’intervento in considerazione dell’età dei soggetti. Risultati. Nel periodo considerato si è assistito a 73.366 interventi, nel 97% a carico di residenti veneti, con un costante incremento, pari al 43%, confrontando primo e ultimo anno dell’analisi (2236 Vs. 3201). Dalla stratificazione per sesso si evidenzia un rapporto F/M pari a 3:1, sovrapponibile per il tipo di intervento, con un’età media più elevata nel sesso femminile (81,4 Vs. 79,8). Nel 71% dei casi si trattava si sostituzioni parziali rivolte a soggetti più anziani rispetto alle totali (83,8±7,4 Vs. 73,9±10), che nel periodo hanno evidenziato un incremento dell’età media di oltre 3 anni, da 81,2 a 84,9 a fronte di un contestuale decremento per le totali, da 74,9 a 71,7. Considerando i 71.122 interventi di sostituzione praticati a residenti veneti si è assistito a 362 ospedalizzazioni per infezione, pari a 0,5% degli interventi complessivi, con un rischio di infezione più elevato per le sostituzioni totali (0,7% Vs. 0,4%; OR:1,66; IC95%:1,34-2,06; p<0,0000); nel 39% dei casi di infezione si è assistito alla revisione dell’impianto in maniera superiore per le sostituzioni totali (45,5% Vs. 34,6%; OR:1,58; IC95%:1,01-2,49; p=0,036). Per quanto concerne, infine, l’insorgenza dell’infezione, quasi la metà sono early (49,4%) seguite da delayed (32,9%) e late (17,7%). Stratificando per intervento, pur mantenendo un andamento simile, le infezioni late risultano più frequenti nelle sostituzioni totali rispetto alle parziali (22,8% Vs. 14,3%), mentre le early sono più rappresentate nelle sostituzioni parziali (52,1% Vs 45,5%). Conclusioni. Quanto riportato evidenzia da un lato come, a fronte di un volume decisamente elevato di sostituzioni protesiche dell’anca a seguito di frattura, il numero di infezioni degli impianti sia decisamente contenuto rispetto al dato di letteratura anche in considerazione dell’età decisamente avanzata dei soggetti, con una percentuale al di sotto dell’1%, e dall’altro viene confermato il maggior rischio di infezioni late degli impianti protesici in occasione delle sostituzioni totali.

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Incremento delle ospedalizzazioni con diagnosi di setticemia

M. Saia, L. Salmaso, S. Pedron, M. Zanovello,  C. Barbiellini Amidei, U. Fedeli

Regione Veneto, Azienda Zero

Introduzione. L’incidenza della setticemia è in aumento come conseguenza di una serie di fattori come l’invecchiamento, l’aumentata sopravvivenza a malattie croniche e neoplastiche, l’impiego di terapie immunosoppressive e antibiotiche, il largo utilizzo di procedure diagnostiche e terapeutiche invasive che aumentano il rischio di sviluppare quadri settici in pazienti in condizioni precarie, senza tralasciare il rischio di infezioni contratte in ambito ospedaliero e la diffusione dell’antibiotico-resistenza. Al fine di dimensionare l’andamento delle ospedalizzazioni con diagnosi di setticemia è stato condotto uno studio retrospettivo osservazionale. Metodi. Avvalendosi dell’archivio informatizzato e anonimizzato delle schede di dimissione ospedaliera, sono state selezionate tutte le dimissioni in regime ordinario dalle strutture di ricovero del Veneto, relative al periodo 2000-2025, che hanno prodotto i DRG 417 “Setticemia, età < 18 anni”, 416 “Setticemia in pazienti con età superiore a 17 anni”, attivi fino all’introduzione della versione 24.0 dei DRG, e i DRG 575 “Setticemia con ventilazione meccanica ≥ 96 ore, età > 17 anni” e 576 “Setticemia senza ventilazione meccanica ≥ 96 ore, età > 17 anni”, introdotti con la versione 24.0 avvenuta nel 2009, tutti afferenti al MDC 18 “Malattie infettive e parassitarie”. Sono stati calcolati, per 100.000 residenti, i tassi grezzi e standardizzati per età con metodo diretto (popolazione di riferimento: popolazione europea 2013) e valutato il trend mediante analisi JointPoint. Risultati. Nel corso del periodo analizzato (2000-2025) sono state individuate 160.380 dimissioni con DRG di setticemia, per un totale di 2.357.455 giornate di degenza (DM: 14,7), pari all’1% delle dimissioni e all’1,8% delle giornate di degenza complessive, con una lieve prevalenza dei soggetti di sesso maschile (52%), più giovani rispetto al sesso femminile (70,7±20,3 Vs. 74,7±20,6; p<0,0001). Nel periodo di analisi si è assistito a un incremento del tasso standardizzato di ospedalizzazione caratterizzato da tre distinte fasi di crescita: 2000-2003 da 41,5 a 64,7 (APC: 15,2; p<0,001), 2008-2016 da 63,9 a 132,6 (APC: 10,4; p=0,012) e 2016-2025 da 132,6 a 186,4 (APC: 3,6; p=0,008). Tale incremento ha evidenziato un andamento sovrapponibile nei due sessi, ma con valori decisamente più elevati nel sesso maschile (anno 2025: 242,6 Vs 144,4 rapporto: 1,69; IC95% 1,37-2,07; p<0,001). Dalla stratificazione per classi d’età si evidenzia come il tasso di ospedalizzazione sia triplicato al di sotto dei 75 anni (27,4 Vs 84,4), sestuplicato tra i 75 e gli 84 anni (146,4 Vs 848) fino a crescere di otto volte negli ultraottantacinquenni (283,1 Vs 2180,2). Assolutamente rilevante, inoltre, la distribuzione percentuale dei casi di setticemia per classe d’età che ha visto un decremento significativo della percentuale degli under 75 anni (da 63,5% a 34,5%; p< 0,001) e un contestuale incremento degli over 85 (da 15,5% a 34,7%; p<0,001) portando ad una distribuzione equa delle tre classi nell’ultimo quinquennio. Infine, la percentuale di decessi intraospedalieri mostra un graduale incremento fino al 2022 (da 23,1% a 30,9% APC: 1,22; p<0,001) seguito da una flessione nell’ultimo triennio fino all’attuale 25,5% (APC: -6,05; p=0,001). Conclusioni. Dall’analisi dell’andamento delle ospedalizzazioni emerge come il maggior coinvolgimento delle classi d’età più avanzate abbia portato a un cambiamento della distribuzione percentuale dei casi in un contesto caratterizzato da un importantissimo incremento dei casi di setticemia, con il raggiungimento dei valori più elevati nell’ultimo anno di osservazione. Il dato, sia per l’incremento dei casi che per la percentuale di mortalità, è in linea a quanto riportato in altre analisi e va tuttavia considerato, in virtù delle distinte fasi di crescita evidenziate, come inizialmente il dato possa essere stato sottostimato con una maggior sensibilizzazione alla codifica con l’ultimo aggiornamento italiano dell’ICD9-CM avvenuto nel 2009.

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La clinical governance nella prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza: progetto di audit su dispositivi invasivi e sicurezza perioperatoria

L. Savegnago, S. Alvisi, R. Brunelli, M. Corda, C. D’Angeli,  S. Dominici, M. Fantini, M. Farina, M. Guidi, M. Leopardi,  V. Magnani, N. Marcatelli, F. Morri, A. Rinaldi, G. Vallicelli,  V. Vujasin, C. Biagetti

AUSL della Romagna

Introduzione. Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) costituiscono una priorità di salute pubblica e un pilastro fondamentale nei programmi di Risk Management e sicurezza delle cure. Tra le principali si annoverano le infezioni delle vie urinarie associate a catetere vescicale (CAUTI), le batteriemie correlate agli accessi vascolari venosi e le infezioni del sito chirurgico (SSI). Sotto l’egida della Struttura di Programma aziendale per la gestione del Rischio Infettivo, è stato sviluppato un progetto di audit basato sulle evidenze scientifiche. L’obiettivo è misurare l’aderenza delle pratiche cliniche reali agli standard di riferimento, identificare precocemente gli scostamenti e implementare strategie di miglioramento. Il presente contributo descrive la metodologia di impianto e la standardizzazione di tre specifici progetti nella AUSL della Romagna. Metodi. Il programma si articola su tre binari metodologici paralleli, tutti digitalizzati tramite schede informatizzate su piattaforma dedicata. Audit Catetere Vescicale (CV): il protocollo metodologico include il paziente portatore di catetere a permanenza, come unità di osservazione si sono inizialmente coinvolte aree mediche e geriatriche, ed è stata ultimata la fase pilota. La checklist è strutturata in due macro-aree: la prima valuta i criteri di appropriatezza dell’inserimento (prescrizione medica, motivazione clinica esplicita e valutazione preventiva di strategie alternative meno invasive); la seconda monitora i criteri di gestione quotidiana e sorveglianza del dispositivo. Audit Accessi Vascolari Venosi (VAD): indirizzato inizialmente ai setting di area critica, il protocollo assume il singolo dispositivo vascolare come baricentro della rilevazione. La metodologia prevede l’osservazione diretta e il monitoraggio in tempo reale delle manovre di gestione di cateteri venosi centrali e di Midline quali: gestione in asepsi delle linee, scrub dell’hub, la procedura di medicazione, le tecniche di lavaggio dei lumi (flushing con tecnica pulsata push-and-stop tramite soluzione fisiologica monodose) e la tracciabilità sistematica delle informazioni dell’accesso in cartella clinica. Audit Infezioni del Sito Chirurgico (SSI) in Sala Operatoria: focalizzato sulla fase intraoperatoria, questo progetto adotta una metodologia di osservazione diretta sul campo per singolo intervento. La checklist intraoperatoria è suddivisa in due moduli, il primo contiene n. 8 macro-aree con quesiti che indagano misure come il timing della profilassi antibiotica, il monitoraggio di normotermia e normoglicemia, l’antisepsi del sito chirurgico e l’allestimento del campo sterile. Il secondo invece è mirato a misurare aspetti comportamentali esclusivamente dell’equipe chirurgica, tra cui la preparazione chirurgica di mani e avambracci, il mantenimento dell’asepsi sul campo e la gestione di DPI e indumenti barriera. Risultati. Per quanto concerne i CV ne sono stati osservati n. 1483, per il 73,3% era presente in cartella la prescrizione medica e nell’80% la motivazione di inserimento; mentre la registrazione in cartella della rivalutazione quotidiana, sulla necessità del mantenimento, è risultata del 27,4%. Per i binari VAD e SSI, il progetto si trova nella fase di deployment. L’impianto metodologico ha permesso la standardizzazione degli strumenti di rilevazione sulla piattaforma informatica, garantendo l’omogeneità dei criteri di valutazione tra i diversi presidi ospedalieri dell’azienda. Sono state inoltre poste le basi per una raccolta dati sistematica e confrontabile e per mappare in modo oggettivo l’adesione alle buone pratiche di prevenzione delle ICA nei contesti descritti. Conclusioni. Questo progetto è ancora nella fase iniziale per cui gli outcome clinici verranno valutati successivamente. Il cronoprogramma organizzativo prevede: la restituzione periodica dei dati alle intere équipe, gli eventi formativi per colmare i gap emersi e l’attivazione di successivi cicli di re-audit, per misurare la sostenibilità e l’impatto degli standard introdotti.

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Ricerca di batteri antibiotico-resistenti nelle acque reflue urbane: risultati preliminari in campioni di influente ed effluente di un impianto di depurazione della Regione Molise

G. Santoro, M. Tamburro, I. Fanelli, G. Ripabelli

Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute “Vincenzo Tiberio”, Campobasso, Università degli Studi del Molise

Introduzione. Le acque reflue possono rappresentare importanti serbatoi di batteri antibiotico-resistenti e di geni di resistenza, configurandosi come “hotspot” per la loro diffusione anche dopo i processi depurativi. Questo studio descrive i risultati preliminari di analisi microbiologiche eseguite su campioni di acque reflue urbane provenienti da uno dei principali impianti di depurazione del capoluogo molisano. Metodi. I campionamenti sono stati effettuati nel mese di giugno 2026 in collaborazione con ARPA Molise, prelevando aliquote di influente ed effluente, che sono state trasportate in condizioni di refrigerazione fino al laboratorio per le successive analisi. Sono state effettuate diluizioni seriali da 10-1 a 10-8 per l’influente e da 10-1 a 10-3 per l’effluente, analizzato anche come campione tal quale (non diluito), seguite da filtrazione e incubazione in acqua peptonata per 24 ore. È stata effettuata la ricerca dei principali batteri antibiotico-resistenti, includendo Staphylococcus aureus, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa, Escherichia coli ed Enterococcus spp. dopo inoculo di 100 μl di ciascuna sospensione su terreni selettivi e differenziali. Per la conferma delle specie batteriche isolate, sono stati eseguiti saggi di PCR per identificare geni conservati o house keeping. Risultati. Le analisi dell’influente hanno evidenziato un’elevata crescita microbica fino alla diluizione di 10-8 per S. aureus, P. aeruginosa ed Enterococcus spp., mentre E. coli è stato rilevato solo alla diluizione di 10-8. Nell’effluente, è stata osservata complessivamente una riduzione della presenza dei batteri target rispetto ai campioni dell’influente, ad eccezione di P. aeruginosa, la cui presenza è stata confermata fino alla massima diluizione (10-3). Le iniziali indagini molecolari hanno confermato la presenza di K. pneumoniae (presenza dei geni pgi e infB) nel campione di influente diluito 10-6 e di S. aureus (presenza del gene pta), sia nell’influente diluito 10-7, sia nell’effluente tal quale e alla diluizione di 10-2. Conclusioni. Sebbene in misura inferiore rispetto all’influente, i dati preliminari evidenziano la presenza di popolazioni batteriche epidemiologicamente rilevanti anche nell’effluente di acque reflue urbane, indicando un’incompleta rimozione dopo i processi depurativi. I risultati finora ottenuti riguardano un numero limitato di campioni, che saranno comunque supportati da analisi molecolari, per valutare a livello quali-quantitativo i geni associati alla resistenza antimicrobica nelle specie identificate ed estendendo l’analisi ad acque reflue raccolte da altri impianti di depurazione regionali e in differenti periodi stagionali.

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Valutazione preliminare dell’utilizzo della tecnologia UVA BioDtex come strumento di supporto al monitoraggio della pulizia e sanificazione in ambito ospedaliero

E. Lagorio1, R. Giannoni2, R. Ricci1, C. Silvestri1, D. Bellina2,  M. Ferraro2, S. Guccini2, P. Valanzola2, R. Ziferro2, A. Orsi1

1Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Genova; 2UO Igiene, IRCCS AOM Ospedale Policlinico San Martino, Genova

Introduzione. Le corrette pratiche di pulizia ambientale sono essenziali per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA). Le metodiche convenzionali di monitoraggio della pulizia ambientale possono presentare limiti nell’identificazione tempestiva di contaminazioni non evidenti. BioDtex è una lampada portatile a luce ultravioletta che consente di evidenziare residui organici e contaminazioni non rilevabili mediante la sola ispezione visiva convenzionale. Obiettivo dello studio è valutare l’impiego dell’ispezione UV nel monitoraggio delle superfici ospedaliere, confrontando i rilievi ottenuti con i risultati del campionamento microbiologico. Metodi. È stato delineato uno specifico protocollo operativo di ispezione e campionamento delle superfici. Le aree selezionate all’interno di un ospedale di riferimento ligure sono state sottoposte a ispezione mediante lampada BioDtex, un dispositivo portatile dotato di LED UVA ad alta potenza. La luce ultravioletta emessa dal dispositivo induce fenomeni di fluorescenza in presenza di residui organici non visibili a occhio nudo, consentendo l’individuazione di aree potenzialmente contaminate. È stata registrata la presenza e la tipologia cromatica della fluorescenza osservata attraverso documentazione fotografica. Successivamente, nei punti che mostravano fluorescenza, sono stati eseguiti campionamenti mediante tampone sterile successivamente processati in laboratorio per verificare la presenza di contaminazione microbiologica e valutare l’eventuale correlazione tra i pattern di fluorescenza rilevati e la contaminazione biologica delle superfici. Risultati. Sono state analizzate 13 sedi in diverse unità comprendenti superfici ad alta frequenza di contatto quali maniglie di porte e armadi, lavandini, tastiere di PC e ascensori, sedie, cuscini, tende, muri, monitor, carrelli per medicazioni, tubi di materassini, materassini di lettino, scale, strumenti taglia-gessi e cardioline. L’applicazione di Biodtex ha evidenziato diverse intensità e tonalità di fluorescenza: verde (43%), blu (18,9%), giallo (18,9%), verde fluo (8%), blu fluo (3%), blu-verde (3%), verde-giallo (3%) e verde-rosso (3%). Sono stati eseguiti 37 campionamenti, di questi 4 (10,8%) hanno fornito un risultato microbiologico negativo, mentre 33 (89,2%) sono risultati positivi per contaminazione microbiologica. Le analisi batteriologiche hanno permesso di identificare nella maggior parte dei casi microrganismi di origine ambientale. Per alcuni campioni l’origine è riconducibile a contaminazione umana (principalmente Stafilococchi coagulasi negativi e micrococchi). Durante le indagini condotte, non è stato riscontrato nessun microrganismo gram-negativo ad alto impatto per la salute (es. Pseudomonas aerugionosa). La maggior parte dei tamponi con esito negativo era associata a una fluorescenza di colore giallo, suggerendo una possibile correlazione tra specifiche caratteristiche cromatiche della luminescenza e l’assenza di contaminazione microbiologica. Conclusioni. I risultati preliminari dello studio evidenziano come la lampada BioDtex possa rappresentare un utile indicatore per la valutazione della qualità delle procedure di sanificazione consentendo di ottimizzare le attività di monitoraggio ambientale, indirizzando in modo più mirato e rapido i controlli microbiologici e contribuendo al miglioramento dei processi di igiene ospedaliera. Trattandosi di uno studio preliminare, sono necessari ulteriori approfondimenti per confermare l’affidabilità del metodo, definire il significato dei diversi pattern di fluorescenza osservati e valutarne l’applicabilità routinaria nei programmi di controllo delle infezioni correlate all’assistenza.